Vento di guerra tra Israele e Palestina

Nell’ultima settimana è tornata altissima la tensione in Israele, precisamente a Gerusalemme Est, zona occupata militarmente da Israele dagli anni 60′, ove risiedono quasi esclusivamente famiglie palestinesi. Alla base delle proteste c’è la decisione della magistratura israeliana in merito agli sgomberi di famiglie palestinesi di Gerusalemme Est minacciate di espulsione da parte di un gruppo di coloni ebraici.

In particolare la questione riguarda le famiglie arabe residenti su terreni di proprietà ebraica, in quanto in base ad una legge israeliana, i coloni possono rivendicare terreni persi per via della guerra innescata nel 1948 a seguito dell’istituzione dello stato israeliano. Per questo motivo la popolazione locale è insorta scatenando una vera guerriglia urbana, scontri ulteriormente aumentati dal divieto di accedere alla Spianata delle moschee per motivi di sicurezza.

Secondo la Mezzaluna Rossa più di 300 palestinesi sono rimasti feriti, 200 dei quali sono stati portati in ospedale e sette sono in gravi condizioni. In merito ai disordini e agli sgomberi si è espresso il segretario Onu, Guterres, affermando “profonda preoccupazione per le continue violenze nella Gerusalemme est occupata, nonché per i possibili sgomberi di famiglie palestinesi dalle loro case nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan”.

Concetto ribadito anche da Amnesty International con una nota in cui invita a sospendere immediatamente gli sgomberi e lo sfollamento forzato dei palestinesi. Inoltre, è notizia recente che “Human Rights Watch”, organizzazione no profit che si occupa di monitorare il rispetto dei diritti umani nel mondo, ha affermato come in Israele sia attualmente in vigore un regime di apartheid oltre che ad una sistematica violazione dei diritti umani dei palestinesi, soprattutto nella Striscia di Gaza.

In seguito all’aumentare degli scontri è anche aumentato il lancio di razzi da parte di Hamas contro Israele: sono circa 1500 i razzi qassam lanciati da Hamas e, quasi tutti, sono stati prontamente intercettati dal sistema anti-missili israeliano. A seguito dell’offensiva di Hamas si contano almeno 6 morti e qualche decina di feriti tra la popolazione israeliana. La risposta dell’aviazione israeliana non si è fatta attendere ed oltre 600 raid aerei hanno colpito punti strategici di Hamas nella Striscia di Gaza causando, ad oggi, circa 120 morti e 830 feriti.

Dopotutto il Premier Netanyahu aveva affermato che avrebbero risposto con ferocia agli attacchi di Hamas, non si può dire che non sia un uomo di parola visto che, in seguito ai raid, si contano una trentina di minorenni deceduti. L’esercito israeliano ha già allertato i riservisti e un’invasione terrestre non è un ipotesi così remota. Non è la prima volta che la risposta israeliana eccede in maniera sproporzionata all’attacco palestinese, soprattutto se si considera la disparità di forza, e tecnologia, militare tra le due compagini.

È altresì importante considerare dove avvengono i raid israeliani: la Striscia di Gaza è stata più volte definita come un enorme ghetto e versa in condizioni umanitarie disastrose, basti pensare che conta una densità di circa 4500 abitanti per km², una popolazione complessiva di 1,6 mln di abitanti ed è una zona ciclicamente martoriata dalle operazioni militari. E’ facilmente intuibile come una bomba lanciata a Gaza possa creare più che un danno collaterale alla popolazione civile. Ad esempio, un’intera famiglia, compresi quattro bambini e la madre incinta, è rimasta uccisa in un pesante bombardamento israeliano nella zona di Sheikh Zayed, nel nord di Gaza, che ha provocato almeno 11 morti e 50 feriti.

La comunità internazionale è per l’ennesima volta bloccata e non riesce a prendere una posizione netta o operare per una cessazione delle ostilità. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, che andava a condannare l’operato militare di Israele, è stata bloccata dagli Stati Uniti d’America con il potente mezzo del veto.

L’escalation di violenza ha nuovamente allontanato il traguardo del processo di pace che verte sempre di più sulla soluzione dei “2 Stati” ovvero due entità separate ed indipendenti l’una dall’altra all’interno della medesima regione.