di Michele Orlandi

Mi è stato chiesto dall’Ill.ma Redazione di fare una breve disamina sull’appena concluso 71’ Festival di Sanremo.

È un compito arduo, soprattutto per chi sto Festival l’ha vissuto come una maratona interminabile e senza fine.

Sì, perché se ci fate caso la settimana di Sanremo è un girone dantesco in cui più scavi più cose orribili trovi.

Le cinque giornate diventano così un loop interminabile: ti svegli, lavori/studi, ceni e poi ti piazzi sul divano per le successive 5 ore, dormi e riinizi tutto da capo.

In realtà sarebbe anche una cosa meno pesante di come la descrivo, se non fosse che quest’anno il Festival è riuscito a frantumare tutto quello che poteva rendendo completamente piatto ed asettico un momento che in realtà dovrebbe essere spensierato e “nazional-popolare”.

Mai come quest’anno Sanremo ha rispecchiato a pieno la Nazione: devastata da un anno di pandemia, pochissime certezze sul presente, e ancora meno sul futuro, il tutto con la continua ansia che qualcosa di peggio sia dietro l’angolo – e non stiamo parlando delle quattro canzoni di fila della Vanoni.

Indubbiamente non è stato tutto da buttare ma diciamo che quest’anno hanno risaltano di più i flop, come gli ascolti tv registrati dalla kermesse nonostante gli italiani fossero obbligati a starsene a casa alla sera.

Per questo, se non altro per vincere l’imbarazzo della scelta, inizierò a parlare proprio dei principali flop – anche perché per parlare dei momenti top faccio in fretta.

FLOP NUMERO UNO: CONDUTTORE CERCASI

Il flop più grande è stata la conduzione di Amadeus, senza se e senza ma.

Costantemente fuori tempo e fuori sincrono, sempre con uno sguardo da terrore giacobino e quasi mai capace di far scorrere fluidamente le puntate, anche se a sua discolpa bisogna dire che non è facile portare a casa un Sanremo e nello stesso tempo arginare un mitomane come Fiorello che mai come quest’anno si è fatto detestare (“abbiamo tempo” cit, ma io ti rigo la macchina).

I continui problemi tecnici non hanno sicuramente aiutato, tantomeno l’assenza del pubblico che ci ha privati di momenti alla Piero Pelù dell’anno scorso.

FLOP NUMERO DUE: MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI

La scelta degli ospiti non è stata proprio azzeccata, pochi monologhi sensati e con poca morale, uno su tutti quello di Barbara Palombelli a cui consegno il primo premio per la cialtronaggine del messaggio (“noi non avevamo droghe”, “donne vere”, “donne dovete lavorare e faticare fino alle lacrime” ecc.).

È quasi ammirevole vedere come da donna sia riuscita a parlare in modo così stereotipato della questione femminile. Non sapevo che la Palombelli avesse la residenza in via Luogo Comune.

FLOP NUMERO TRE: IL TALLONE D’ACHILLE

Achille Lauro il primo anno era la novità, l’elemento di rottura con il passato, l’anno scorso si consacrava a divinità mistica contro tutto e tutti mentre quest’anno ti viene da dire anche basta, una caricatura di se stesso purtroppo, per quanto le sue doti di artista non siano in discussione.

Al momento i musei sono chiusi in quasi tutto il Paese: diciamo che con dei quadri così il dispiacere passa prima.

FLOP NUMERO QUATTRO: E MO SO CANZONI AMARI

Tralascio volutamente la questione “fiori” in quanto ce ne siamo occupati in un altro articolo e passo a parlare di una cosa ancora più inutile: le canzoni.

Mai come quest’anno ho trovato una gran quantità di canzoni inutili. Personalmente trovo che un buon 80% siano facilmente dimenticabili.

Come sempre si assiste al miracolo della resurrezione di alcune salme artistiche che vengono mandate sul palco per tornare successivamente in letargo fino al prossimo Festival.

L’unico vero brivido di quest’anno non è stata, infatti, l’emozione trasmessa dai cantanti ma l’entrata in scena della Ferragni e del suo esercito social al momento del televoto che ha ribaltato in modo inaspettato la situazione, creando il caos più totale e rischiando di far vincere una canzone che vantava una prestazione canora di tutto rispetto della Michielin ma che al contempo aveva un Fedez che probabilmente preferiva trovarsi a combattere nel Donbass piuttosto che sul palco dell’Ariston.

Invece, come ogni bella favola che si rispetti, hanno vinto i “giovani rockers” che oramai vantano più accuse di plagio che premi effettivi. Son soddisfazioni.

Gli va dato però atto che nella desolazione più totale delle canzoni in gara loro risultavano quantomeno “carichi” e con la giusta voglia di spaccare. Certo, questo non basta a definirli rock, “o forse era combat rock” per citare lo Stato Sociale e la sua canzone-pacco.

TOP NUMERO UNO: ZLATAN, AMEN

Zlatan l’ho molto apprezzato per come sia rimasto fedele al suo personaggio, la corsa in moto verso Sanremo e l’umiltà, strano a dirsi, verso tutti gli addetti ai lavori e fan. Un personaggio tutto sommato riuscito anche perché partiva da delle bassissime aspettative, che Amadeus ha contribuito ad abbassare giorno dopo giorno. Insomma, non proprio un gigante, ma è facile svettare quando quelli intorno a te sono dei nani.

TOP NUMERO DUE: SIAMO TUTTI FIGLI DI LOREDANA

Lo swag della Bertè da vera ghetto-girl è una di quelle robe da incorniciare e mostrare in salotto agli ospiti prima di cena.

Arriva a Sanremo con un sacco di farfalle per la testa, ma spara un missile terra-aria che metà dei concorrenti in gara le possono giusto reggere la borsetta.

Non c’è niente da dire, la Loredanona nostra ha trovato una nuova cifra stilistica entro cui ci sta bene di brutto e si vede: sentirla cantare “figlia di Loredana” fa venire voglia di mettere la televisione a palla e di ballare sul divano.

TOP NUMERO TRE: CORRECT MA CON GUSTO

Il rischio perbenismo a Sanremo è sempre altissimo, così come il tono da messa laica di buonismi vuoti quanto irritanti.

Inaspettatamente, invece, i momenti “sociali” sono stati gestiti abbastanza bene: penso all’appello per la scarcerazione di Zaki o ai vari interventi sulle disabilità in cui ho trovato un bel messaggio di inclusività e di voglia di reagire a problemi seri che purtroppo possono colpire chiunque.

La scelta di tempi, stile e tono è stata giusta per un concorso canoro di musica leggera, che dietro di sé solitamente lascia solo qualche ritornello e a volte manco quello.

TOP NUMERO QUATTRO: NON TUTTO SI BUTTA

Sebbene preferisca di gran lunga ascoltare la centrifuga della mia lavatrice piuttosto che la playlist Sanremo 2021 su Spotify, alcune canzoni si salvano dalla mia critica furiosa.

Willie Peyote porta un testo tra il divertito e l’impegnato, con la sana voglia di fare incazzare qualcuno, ci riesce a metà.

Lo Stato Sociale ha messo via i vestiti della Nutella per tornare a fare qualcosa nelle loro corde, ovvero i pirla, e ritrovare le proprie radici è sempre meritorio.

Gli Extraliscio che sono i capi di tutto, soprattutto della steppa, e Ghemon che ci ricorda come la giuria demoscopica sia da processare davanti al Tribunale dell’AIA.

So che vi aspettate un commento anche su Colapesce e DiMartino ma penso che gli anni 80’, e questo continua voglia di richiamarli, abbiano leggerissimamente rotto le palle.