L'editoria e le donne scrittrici
L'editoria e le donne scrittrici

di Arianna Poli

Entrando in una qualsiasi aula scolastica durante una lezione di letteratura italiana contemporanea i nomi che riecheggiano sono sempre gli stessi: Italo Calvino, Cesare Pavese, Eugenio Montale, Elio Vittorini. Ancora, sfogliando i 25 quotidiani più diffusi in Italia, possiamo notare come in 24 di essi, ci sia un direttore responsabile uomo. Allo stesso modo, dal 1988 ad oggi i vincitori di sesso maschile del Premio Strega sono stati 27 su 35.

Cosa accomuna tutte queste informazioni?

Ovviamente la presenza di uomini, che prevale su quella delle loro colleghe donne.

Dando uno sguardo ai dati presenti nell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e, parallelamente, a quelli resi noti dagli studi dell’Osservatorio su donne e uomini nell’editoria – un progetto nato dalla collaborazione tra la webzine inGenere, il festival di scrittrici inQuiete, il Book Pride di Milano e il Salone Internazionale del Libro di Torino – il quadro sembra essere chiaro anche da una prima analisi: la percentuale delle donne pubblicate è quasi sempre sotto il 50%, con eccezione alle case editrici con catalogo specifico di letteratura rosa.

Tuttavia, le donne nel mondo dell’editoria sono presenti in altri luoghi, quelli “di cura” – parliamo di editor, traduttrici, redattrici e lettrici professioniste – e questo numero tende a calare avvicinandosi agli apici dirigenziali. Difatti, solo il 22,3% sono donne, contro il 77,7% di uomini, nelle posizioni di CEO, presidenti e direttori generali.

Eppure la vera questione rimane quella dell’universalità, ovvero il potersi rivolgere a tutte e tutti indistintamente – caratteristica attribuita da secoli quasi ed esclusivamente agli uomini, mentre alle donne viene lasciata l’alterità, la riserva.

Nonostante i miglioramenti scrivere è ancora un mestiere da uomini.

Nella produzione letteraria italiana del 2017, il divario fra i due sessi è rilevante: solo il 38,3% degli autori di narrativa per adulti sono donne. Questo dato è particolarmente interessante se lo si affianca ad un altro direttamente correlato: sempre nello stesso anno, la maggioranza dei lettori italiani è rappresentata dalle donne, con il 47,1% di lettrici contro il 34,5% di uomini inclini alla lettura.

Se le donne leggono e popolano il mondo dell’editoria dietro le quinte, dove sono le scrittrici?

La situazione delle autrici, per lo meno di narrativa, sembra essere migliorata consultando le classifiche degli ultimi mesi: sempre più donne hanno acquisito quote di mercato significative. Il discorso risulta invece diverso per la saggistica ad esempio, la quale non ha subito questa evoluzione e le autrici ancora faticano a farsi spazio in un ambito in cui talento, bravura e merito sono sempre stati plasmati su soggetti intellettuali di sesso maschile.

Il problema di fondo è che la figura della donna nel ruolo di scrittrice viene trasposta ad un immaginario prettamente legato al romanzo rosa e alla narrativa femminile, oppure alle “questioni femminili”. La sensazione sembra essere quella che le donne debbano necessariamente scrivere per le donne, un circolo vizioso in cui domanda e offerta si ripiegano su loro stesse.

La questione si ripresenta anche nei vari festival letterali: le autrici italiane sono quasi sempre intervistatrici o moderatrici, a meno che l’argomento di discussione non sia un tema legato al mondo femminile (la maternità, il femminismo, o il femminicidio) e ai vertici dei progetti editoriali vediamo quasi solo uomini. 

La situazione del festival sembra quindi riprendere le circostanze reali dell’industria editoriale italiana: le presenze femminili sono molteplici, ma quasi sempre in secondo piano.

Ancora una volta, quindi, si parla di perpetuare un sistema sbagliato fondato sulla cultura patriarcale, che esclude a priori le donne o le rilega a ruoli secondari.

Difatti, spesso, le cosiddette “quote rosa” non sono e non possono essere la risposta. Se associamo le donne ad un contesto maschile e cerchiamo di farle coesistere ad una narrazione creata da e per gli uomini, le autrici non riusciranno mai a far valere le loro opere e la loro voce.

Per questo, l’obiettivo – come spesso accade in casi simili – è quello di minare il sistema alla base e creare nuovi spazi, luoghi di confronto e condivisione del sapere, orizzontali ed inclusivi, liberi dalla dinamica antropocentrica, dove anthropos è solo uomo di sesso maschile.

inQuiete

Da quattro anni a questa parte esiste un festival letterario femminile chiamato inQuiete che tenta di agire proprio in questa direzione. Con base a Roma, inQuiete nasce come collettivo, uno spazio critico per ridisegnare il ruolo delle donne nella letteratura, dedicando una particolare importanza al creare un luogo che, insieme all’Osservatorio su donne e uomini nell’editoria, verifichi le disparità di genere attraverso lo studio e l’analisi dei dati e ricerchi un modo per contrastarla, promuovendo autrici donne che dedicano la loro scrittura ad un pubblico universale, non solo femminile.

Grazie all’operato di inQuiete ci sono stati dei miglioramenti degni di nota: ad esempio, il Salone del Libro di Torino ha cambiato il proprio gruppo decisionale del programma del festival, dedicando una maggiore attenzione agli invitati di punta e cercando di creare un maggiore equilibrio di genere.

INQUIETE. IL FESTIVAL DELLE SCRITTRICI TORNA IN EDIZIONE SPECIALE
inQuiete, il Festival delle scrittrici

La chiave è insistere ed investire sulla ricerca, tentare di ricostruire la genealogia della letteratura femminile nella storia ed effettivamente avere prova del fatto che moltissimi manoscritti sono stati accantonati nei secoli solamente perché scritti da donne.

Un ruolo fondamentale lo giocano le case editrici: il loro compito sarebbe proprio quello di promuovere la pubblicazione di scrittrici nuove o poco diffuse, rendendo facilmente reperibili opere dimenticate da tutte e tutti.

Casi virtuosi, in Italia, ne esistono. O perlomeno che ci stanno provando.

Prendiamo il caso di HarperCollins Italia, che sta cercando di intraprendere vie più indipendenti, lontano dai romanzi rosa, scritti da donne per le donne. Laura Donnini, amministratore delegato della casa editrice, è storicamente impegnata nella lotta per i diritti delle donne e in Valore D, un’associazione che vuole rafforzare la leadership femminile nel mondo del lavoro. 

Per questo, da quando ha iniziato il suo percorso in HarperCollins ha creato una squadra di 35 persone, di cui 30 donne, con la quale decide cosa pubblicare nel catalogo. Il suo obiettivo, ha spiegato sin dal principio, è quello di produrre libri rilevanti per le donne ma che tocchino temi importanti e di rilevanza universale, non limitandosi quindi ad una semplice collana per le donne di narrativa rosa.

Questo, a un livello più istituzionale, è decisamente un passo avanti per le donne nell’editoria e per la loro storica posizione sempre un po’ più nascosta rispetto a quella dei colleghi uomini. 

Ma come per ogni grande problema, esistono piccole soluzioni ed esercizi che ognuna ed ognuno può provare a fare nel proprio quotidiano. Accortezze che sembrano banali, ma sono pur sempre punti di partenza per riflessioni più ampie e profonde. 

Chiunque può tentare di mettere in discussione sé e le proprie letture e chiedersi: quanti libri ho letto nell’ultimo anno? E, fra questi, quanti sono stati scritti da donne? E infine, quali di questi ha la pretesa di parlare a tutti, e non solo ad un pubblico femminile?