Da Ferrara all'Uganda: la storia di Giacomo, Tecnico di radiologia di EMERGENCY

Giacomo Mazza, tecnico di Radiologia, vive e lavora a Entebbe, in Uganda, dove EMERGENCY sta costruendo un nuovo ospedale. Giacomo, ferrarese, fino a qualche anno fa lavorava in un ambulatorio privato in Emilia-Romagna. Da sempre ha avuto interesse per il prossimo, tant’è che il suo percorso di studi era mosso proprio da questo sentimento.

Qualche giorno fa lo abbiamo chiamato dove ci ha onorato con una breve intervista. Ringraziandolo per avere dedicato una delle poche pause a disposizione per noi e per la comunità ferrarese, affinché possa essere di ispirazione per i tanti giovani che vogliono partire e aiutare chi ha più bisogno. 

Giacomo, ti avevamo lasciato che facevi il pendolare Ferrara-Imola. Cosa ci fai in Uganda? 

Alla fine del 2017 ho deciso di licenziarmi e cambiare totalmente vita. La missione di curare è sempre la stessa, ma avevo bisogno di contribuire in maniera significativa ad aiutare il prossimo. Così ho avuto un’opportunità, già inseguita da tempo ma senza i requisiti per farlo, di un colloquio per EMERGENCY. Sono riuscito a realizzare ciò che desideravo. Aiutare chi ha più bisogno nei posti più bisognosi del mondo. 

E così nel 2018 si parte. Prima meta?

Kabul, Afghanistan. 

Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY a Kabul

Un luogo dove purtroppo è più alle cronache per le continue guerre. 

Sì, ma non ho mai avuto paura. Sapevo cosa mi aspettava. Quando dormivo la notte a Ferrara venivo disturbato da qualche piccolo rumore molesto proveniente dalla strada. A Kabul la notte potevo essere svegliato da bombe, elicotteri, armi da fuoco e altri rumori di un paese in guerra. Non avevo paura perché noi di EMERGENCY non siamo l’obiettivo di nessun esercito, siamo qui per aiutare al di là dello schieramento politico o bellico. Noi aiutiamo chiunque. Per questo non ci attaccano, sanno che siamo qui solo per portare cure sanitarie. 

Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY a Kabul

Perché hai deciso di partire? Cosa ti stimola?

Quello che dico sempre è il senso di utilità per il prossimo. Credo che le persone debbano aiutarsi l’uno con l’altro, ed è questo il vero segreto dell’umanità. Insieme possiamo migliorare la società e renderla più giusta. 

I pazienti per me sono tutti uguali. Come ero sempre disponibile in Italia, lo sono anche in Africa o in altri Paesi con la differenza che se a Kabul ti sparano devi farti 3 ore di auto per andare all’ospedale ed è inconcepibile. Per farvi capire è come se l’ospedale più vicino da Ferrara fosse Torino.

C’è bisogno di EMERGENCY proprio per questo motivo. Noi costruiamo un ospedale e lo mettiamo a disposizione gratuitamente a popolazioni che vivono con 1 dollaro al mese e non possono permettersi beni e cure primarie. 

Viviamo nella concezione che la società standard sia quella occidentale. Nulla di più sbagliato. L’occidente è la parte ricca del mondo e rappresenta una piccola parte di esso. C’è una grande fetta composta da milioni e milioni di persone che ogni giorno vivono nella guerra e nella povertà, di cui noi non sappiamo neanche l’esistenza. 

“Lavoriamo per rendere una società più giusta ed equa, e affinché ogni singolo abitante abbia il minimo per vivere. Non sopravvivere.”

Quanto sei stato in Afghanistan? 

Sono stato 6 mesi a Kabul, poi ho rinnovato un anno, durante il quale mi sono mosso da nord fino a sud, nei tre ospedali di EMERGENCY. 

Successivamente sono partito per l’Uganda nel nuovo ospedale di chirurgia pediatrica. 

Sono stato in Uganda venti giorni, poi ci hanno mandato a Bergamo per contenere la diffusione del Coronavirus. Una situazione complicata e difficile da gestire, ma siamo riusciti a sistemare e ordinare l’ospedale affinché si eseguissero le cure nella maniera più sicura ed efficace possibile. Dopo Bergamo sono tornato in Africa, prima Sudan, poi Sierra Leone e infine ancora in Uganda, per proseguire la costruzione dell’ospedale di chirurgia pediatrica. 

Non neghiamolo Giacomo. Sappiamo che ogni giorno vedi e vivi situazioni difficili e complicate, vedi i lasciti della guerra e della disperazione. 

Bisogna crearsi una corazza. Ma mostrando sempre empatia, sentimenti e disponibilità. Facciamo di tutto per salvare ogni singola persona. 

Una storia che vuoi raccontare?

Ne avrei tante di storie da raccontare, di determinazione e perseveranza. C’è stato un ragazzo di 12 anni che ha riportato ferite di guerra gravissime. Credetemi, questo ragazzo nei mesi a seguire è stato senza sosta in terapia intensiva; è morto decine e decine di volte, per poi tornare sempre in vita. Adesso è vivo ed è stabile, riporta mutilazioni ma ha dimostrato con tutte le sue forze di voler vivere contro le ingiustizie di una guerra non sua, che non gli appartiene ma lo coinvolge e lo condiziona. 

Lui è un simbolo di speranza e dedizione contro una guerra ingiusta. 

Quando ci siamo visti mi dicevi che EMERGENCY è una famiglia?

Esatto. Qui si crea un bel clima fin dal primo giorno. Siamo uno staff che viene da tutto il mondo, con diverse storie, culture e lingue, sposati dal bene comune di aiutare il prossimo. In EMERGENCY non si è mai da soli, anche perché lo staff locale è sempre super disponibile e preparato. 

Vuoi lasciare un messaggio a chi legge? 

Finché ci saranno le disparità, il ruolo delle ONG sarà vitale. Finché ci saranno persone in difficoltà il mondo avrà bisogno di qualcuno che si metta a loro disposizione, smussando le ingiustizie e iniquità.